Marco Colonnelli, Direttore di Fondazione Abitare Bologna, ha raccontato come i proprietari hanno reagito alle prime proposte di affitto civico di FAB, dimostrando fiducia nelle istituzioni e senso di appartenenza alla comunità.
Come sta andando FAB da quando ha assunto l’incarico?
Ho iniziato questo incarico a dicembre 2025, contestualmente alla presentazione del progetto affitto civico. Quelli appena trascorsi sono stati due mesi operativi, in cui abbiamo irrobustito l’ossatura della fondazione. La conferenza stampa del due dicembre è bastata per ottenere una grande visibilità, con le prime richieste di chi cerca casa e di chi la offre. Ad oggi, prima ancora di iniziare la campagna di comunicazione vera e propria, abbiamo già una decina di contratti chiusi o in chiusura.
Cosa ha spinto i proprietari a rivolgersi a FAB?
Tutti i proprietari che si sono avvicinati a noi sono stati mossi da una coscienza civica convinta. Si sentono di partecipare a un processo utile agli altri. Oltre a questo primo impulso spontaneo, la Fondazione ha messo a disposizione dei sostegni economici estremamente vantaggiosi a favore dei proprietari, come il fondo di garanzia a copertura di dodici mesi di morosità, un contributo fino a 6.000 euro per lavori di migliorie ed efficientamento dell’appartamento, e una restituzione dell’IMU fino a 600 euro per tre anni all’interno del Comune di Bologna. Offrendo garanzie ai proprietari, la Fondazione instaura un rapporto di fiducia tra chi offre casa e chi la cerca.
Stiamo operando su un tema che tocca le ferite nella vita delle persone. Ci troviamo di fronte a grande riconoscenza e grande entusiasmo.
Stiamo facendo un grande lavoro di dialogo anche con gli inquilini, approfondendo la conoscenza delle persone che si sono candidate. Sotto questo aspetto, abbiamo registrato un grande stupore anche solo per l’esistenza di questo progetto. Ricordo un’inquilina che, dopo aver compilato il form online, è venuta a presentarlo in sede per essere sicura che fosse reale, perché non riusciva a credere che la soluzione offerta fosse possibile. Questo tipo di reazioni ci portano a pensare che stiamo operando su un tema che tocca le ferite nella vita delle persone. Ci troviamo di fronte a grande riconoscenza e grande entusiasmo.
Avete costruito un tavolo di dialogo anche tra proprietari e inquilini?
Oltre ai vantaggi economici, la forza della Fondazione è la capacità di creare fiducia tra chi cerca casa e chi la offre. Noi operiamo in collaborazione sia con le associazioni dei proprietari che con quelle degli inquilini. Stiamo lavorando a un coordinamento di tutte le sigle, una sorta di accordo quadro. Ora, dopo una serie di incontri, abbiamo prodotto un documento base che stiamo chiedendo di sottoscrivere a tutte le associazioni.
Quali sono obiettivi per il 2026?
Sono confermati gli obiettivi numerici che presentammo alla conferenza del 2 dicembre, cioè arrivare a siglare cento affitti a canone concordato e di arrivare a duecentocinquanta borse per alloggi pubblici nel 2026, conteggiando comune, cohousing e altri alloggi.
Ci sono poi tanti temi nella nostra agenda che richiederanno tempo per prendere forma. Per esempio vogliamo iniziare a sperimentare, per ideare soluzioni creative. Riteniamo che la Fondazione possa essere un luogo utile per sviluppare progetti che ruotano intorno al tema dell’abitare e degli alloggi sociali, come per il cohousing volontario. Vogliamo aiutare le persone a costruire un percorso abitativo comune, facendo incontrare chi cerca casa e chi la offre con i finanziatori e i finanziamenti – che siano europei o locali. Stiamo lavorando nella redazione di accordi bilaterali, approfondendo il rapporto di collaborazione con la Diocesi. Alcuni alloggi di proprietà della Diocesi potrebbero entrare a far parte del progetto dell’affitto civico, e questa sarebbe non soltanto un’opportunità ma anche un messaggio culturale importante.
Abbiamo poi creato anche una sorta di coordinamento con le altre fondazioni di vario tipo, la Fondazione Innovazione Urbana e prossimamente anche con la Fondazione Bologna Welcome, che hanno in comune alcuni obiettivi e molte pratiche amministrative.
Accanto a questo lavoro c’è poi il progetto della nuova sede, che ci verrà attribuita nei prossimi mesi all’interno di una delle Corti Acer di Bolognina, dove oltre agli uffici operativi di FAB sarà organizzato uno spazio ibrido al cui interno potranno essere sviluppate nuove idee intorno al tema dell’abitare.
Io credo che la Fondazione, oltre a essere una struttura operativa con un mandato ben preciso, debba avere l’ambizione di diventare un luogo aperto alla condivisione e alla partecipazione, per elaborare nuovi sistemi per risolvere il problema degli alloggi. Non basta avere delle braccia, bisogna avere anche delle idee su cui continuare ad avere fiducia.
